[Recensione] Ragnarök. La fine degli dèi

Gli dèi sanno che il Ragnarök, la distruzione finale, incombe sul loro mondo ma, ingordi e rissosi, sono incapaci di prevenirla.

La Canongate Myth Series è una serie di romanzi in cui i miti antichi vengono reinterpretati e riscritti.

Il progetto – uno dei più ambizioni progetti letterari negli ultimi anni – è nato nel 1999 da un’idea di Jamie Byng, proprietario della Canongate Books.

La serie raggiunge un bacino di utenza internazionale grazie anche alla partecipazione di autori contemporanei relativamente conosciuti e agli argomenti trattati in ogni singolo romanzo.

Vengono riscritti personaggi come Penelope e Ulisse, Teseo e il Minotaura, Baba Yaga, Sansone, Prometeo, miti norreni e cristiani…

Sono venuta a conoscenza della Canongate Myth Series  grazie a “Ragnarök. La fine degli dèi” di Antonia S. Byatt (prolifica autrice edita in Italia da Einaudi: particolare menzione va alla sua creatura Possessione, vincitrice nel 1990 del Bookers Prize).

C’era una bambina magra, che aveva tre anni quando scoppiò la guerra mondiale. Seppure a fatica, riusciva a ricordare il tempo prima della guerra, perché sua madre spesso le raccontava che c’erano miele e panna e uova in abbondanza. Era una bambina magra, delicata, tutt’ossa, come un tritone, con capelli che sembravano fili di fumo illuminati dal sole. Gli adulti le dicevano di non fare questo, di evitare quell’altro, perché «siamo in guerra». La vita era uno stato di cose in cui eravamo in guerra.

Gli aerei dell’aviazione tedesca tuonano in cielo e vomitano bombe su Londra e i dintorni. Gli abitanti più scaltri si rifugiano nella campagna e tra questi troviamo la bambina magra e sua madre. Del padre non si sa nulla, è partito per combattere la guerra in Africa ma ancora non ha fatto ritorno.

Cuore centrale di questo romanzo è un libro, Asgard e gli dèi, che viene regalato alla bambina da sua madre.978880621402GRA
La bambina – di cui non sapremo mai il nome – si appassiona alle vicissitudini di Odino, Loki, Thor…

La lettura è svago e rifugio, un fedele compagno, quasi una figura catartica per la vita della giovanissima protagonista: come gli abitanti che per sfuggire alla guerra dalle città si sono rifugiati nelle campagne, la piccola si rifugia nel libro, edifica all’interno di esso il suo nido e lì di notte si rintana, protetta dalle brutture della guerra e dalle atrocità del destino.

L’inevitabilità del Ragnarök, cui gli dèi, inconscienti e fatalisti, si gettano contro, è sicuramente di grande, grandissimo aiuto per la bambina: la aiuta a crescere, a maturare e a sedimentare le notizie e i ricordi in strati sempre più duri.

Ciò che le serviva era l’epilogo originario, le acque scure che sommergono tutto.
La cosa nera nel suo cervello e le acque scure sulla pagina erano tutt’uno, una forma di conoscenza. È così che funzionano i miti. Sono cose, creature, storie, che abitano la mente. Non possono essere spiegati e non spiegano; non sono né credenze né allegorie. Il nero era adesso nella mente della bambina ed era parte integrante del modo in cui accoglieva ogni cosa nuova che incontrava. Aveva incamerato il Ragnarök per difendersi nel momento in cui sarebbe stato chiaro che suo padre non sarebbe tornato.

 

La Byatt sceglie di non rielaborare il Ragnarök; la Byatt si attiene alla storia originale e la vicenda della bambina magra in tempo di guerra è solo un mero pretesto per raccontarla.

Bella la comparazione Ragnarök/Seconda Guerra Mondiale, ma mediocre e poco estroso è l’allestimento dell’impianto narrativo. Non ho letto niente della Byatt, quindi non ho un metro di paragone, ma in questo libro dimostra una scarsa capacità affabulatoria nei confronti dei lettori.

Da leggere, ma solo per curiosità.

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10 pensieri su “[Recensione] Ragnarök. La fine degli dèi

    • Con Ragnarök, la Byatt ha fatto un buco nell’acqua: aveva la libertà di reinventare uno dei miti più affascinanti, ma si è limitata a… niente.
      Speriamo in qualcosa di più concreto con Possessione.
      Grazie del commento! 🙂

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  1. Ho letto due libri della Byat: Possessione e una raccolta di racconti. I racconti non mi hanno convinta, il romanzo sì, anche se lo approcciati una prima volta con fatica interrompendolo (un caso unico per me) e lo ripresi da capo dopo aver visto il film (altra situazione anomala visto che solitamente è il romanzo che mi fa da viatico al film) e fu una lettura appagante.

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    • Concordo pienamente con te: usare come scheletro un mito o un personaggio già noto sicuramente attira il lettore, ma è fuorviante e ingannevole; in alcuni casi esiste dietro una vera e propria speculazione: tutti i “derivati” di Sherlock Holmes o di Dracula, per non parlare degli ultimi Orgoglio e pregiudizio e Zombie e Mr Darcy Vampire?! Marketing strategy – “e se Mr. Darcy fosse un vampiro?”, “Liz Bennet cacciatrice di zombie!”, “Lo Sherlock Holmes dei giorni nostri!!” – libri venduti e soldi che vanno a rimpinguare le casse delle case editrici. Bah, non dimentichiamo che le case editrici sono prima di tutto delle aziende e il loro scopo a fine anno é quello di non chiudere il bilancio in pareggio o peggio ancora con una perdita.
      Mancano originalità e qualità: sugli scaffali delle librerie sono quasi introvabili e ammetto che sto faticando non poco nella loro ricerca.

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