[Recensione] Abbiamo sempre vissuto nel castello

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.

In poche righe Shirley Jackson racchiude un mondo, quello di Merricat e Constance.

In “Abbiamo sempre vissuto nel castello” ritroviamo la delicatezza e il genio dell’autrice, già presente in “L’incubo di Hill House” e “La lotteria”. Ma se nel primo abbiamo a che fare con un’entità apparentemente soprannaturale e uno stile allusivo, nel secondo con uno spietato e ambiguo pragmatismo, con questa opera il registro della Jackson muta in qualcosa di diverso: ci sembra controletture-we-have-always-lived-in-the-castledi vivere un’esistenza surreale ma al tempo stesso vera, autentica, intima; tutti gli elementi di una fiaba sono combinati tra loro con perfetta maestria: atmosfere tenui e velate, una sorella da proteggere, strani rituali e parole magiche, oggetti sotterrati e Cattivi da combattere.

La narratrice è Merricat, una ragazza che in quelle tinte gotiche risplende come un prisma colpito dal sole. È innocente e capricciosa come una bambina piccola, Mary Katherine, ma intelligente e spietata come nessun altro. È una Blackwood, una ricca e temuta famiglia, e come tutti i loro è vittima di diffidenza e odio. Merricat, legatissima al gatto Jonas, vive insieme alla sorella Constance, una giovane donna rinchiusa nel proprio mondo (la cucina), terrorizzata dall’ambiente esterno ed accusata di aver avvelenato, qualche anno prima, quasi tutta la sua famiglia mescolando arsenico nello zucchero. Con le due sorelle, nell’enorme casa in una tenuta del Vermont, vive lo zio Julian, un uomo colto ed elegante – aggiungerei quasi raffinato – legato al passato e abbarbicato a ricordi che non vuole lasciare andare, sopravvissuto all’avvelenamento con forti ripercussioni sul suo fisico.

Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!

I tre protagonisti sono intrappolati nel proprio mondo, in isolamento, banditi, perseguitati e derisi dagli abitanti del piccolo villaggio, barricati in un bunker fatto di
mattoni, porte e finestre e routine. Merricat è l’unico collegamento che lo zio Julian e Constance hanno con l’esterno ed è l’unica che ha il coraggio di esporsi al dileggio.

Puerile e selvaggia, Mary Katherine, per lei la vita è un gioco. Terrorizzata e un po’ dipendente/succube della sorella, Constance.

Andando a fare la spesa feci un gioco. Mi ispirai a quei giochi da tavolo infantili in cui ogni giocatore lancia il dado e procede; c’è sempre un pericolo in agguato, per esempio «stai fermo un turno» o «retrocedi di quattro caselle» o «torna al via», e piccoli vantaggi, come «avanza di tre caselle» o «tira di nuovo».

 
Ma quando quella routine si spezza, quando la sicurezza costruita con tanto impegno e quando sensazione di pericolo e di disagio avanzano come una marea e contagiano l’animo delle nostre protagoniste, l’inquietante e vera essenza dei Blackwood si erge al di sopra di tutto, orgogliosa e fiera, con un finale degno proprio di una fiaba e costringendo gli abitanti del villaggio a una quasi catartica redenzione.

Una storia, un racconto dolce amaro, un’iperbole che sfiora il terrore, il dramma e l’horror. Un romanzo che non vuole essere pretenzioso, ma che un insinua nel lettore un graduale stato di angoscia.

 Shirley Jackson, musa di autori del calibro di Richard Matheson, Stephen King e Neil Gaiman, non sbaglia. Mai. Le sue parole sono insegnamento e si fondano su una nuova e senza precedenti teologia dell’inquietudine.

Da leggere. Assolutamente.

Alla prossima

Sil.

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